PMI e digitale: perché quasi una su due investe poco
Secondo il Politecnico di Milano il 49% delle PMI investe poco o nulla nel digitale. I motivi dichiarati e come valutarli con i numeri della tua azienda.
Quasi una PMI italiana su due investe poco o niente nel digitale. Secondo la ricerca 2025-2026 dell'Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano, presentata a maggio 2026, il 22% delle PMI investe poco perché ritiene il digitale marginale nel proprio settore, il 9% considera i costi sproporzionati rispetto ai benefici attesi, il 4% non ne comprende i benefici e il 14% non investe affatto. Sommate, queste quote fanno il 49%.
Dall'altra parte c'è un 24% di PMI che investe in modo intenso in tutte le aree aziendali e un 27% che lo fa in modo selettivo, nelle aree che considera prioritarie. Il quadro non è fermo: nel 2025 oltre una PMI su due ha aumentato la spesa per la trasformazione digitale rispetto al 2024. Ma la distanza tra chi investe e chi no resta ampia.
Questo articolo guarda ai motivi dichiarati da chi investe poco e prova a capire quando reggono e quando no.
Come si dividono le PMI
La ricerca dell'Osservatorio, che considera un universo di oltre 240 mila imprese, divide le PMI in sei gruppi in base a come investono nel digitale:
| Profilo | Quota di PMI |
|---|---|
| Investe intensamente in tutte le aree aziendali | 24% |
| Investe in modo selettivo nelle aree prioritarie | 27% |
| Investe poco perché ritiene il digitale marginale nel proprio settore | 22% |
| Investe poco perché giudica i costi sproporzionati rispetto ai benefici | 9% |
| Investe poco perché non ne comprende i benefici | 4% |
| Non investe affatto | 14% |
Il gruppo più numeroso tra chi investe poco è quello che considera il digitale marginale per il proprio settore. È anche il motivo che merita più attenzione, perché spesso nasce da un equivoco su cosa si intenda per "digitale".
"Nel mio settore il digitale conta poco"
Quando un titolare dice che il digitale è marginale nel suo settore, di solito pensa al prodotto o al modo in cui vende. Un'impresa che produce stampi su commessa, un'azienda di impianti elettrici o un distributore di ricambi non vendono online e non hanno bisogno di una presenza sui social. In questo senso hanno ragione.
Il digitale però non riguarda solo il prodotto. Riguarda il modo in cui l'azienda lavora ogni giorno: come arriva una richiesta, come si prepara un preventivo, come si segue un ordine, come si sa cosa c'è in magazzino, chi deve pagare e quando. Questi processi esistono in qualunque settore, e in qualunque settore costano tempo quando sono gestiti a mano.
Prendiamo un'impresa di installazione con otto dipendenti. Le richieste dei clienti arrivano per telefono e su WhatsApp, i preventivi si scrivono in un documento di testo partendo dall'ultimo simile, i rapportini dei tecnici sono fogli di carta che l'ufficio ricopia a fine settimana per fatturare. Nessuna di queste attività riguarda il "settore": sono lavoro amministrativo, e ogni passaggio ricopiato a mano è tempo pagato e un'occasione di errore.
I dati ISTAT sulle imprese con almeno 10 addetti, pubblicati a dicembre 2025, mostrano dove si concentra il ritardo: usa un gestionale ERP il 48,8% delle PMI contro l'85,9% delle grandi imprese, e un CRM per seguire clienti e trattative il 21,1% delle PMI contro il 56,5% delle grandi. Sono strumenti che servono a tenere insieme ordini, magazzino, clienti e fatture, e che non dipendono dal settore.
"I costi sono sproporzionati rispetto ai benefici"
Il 9% delle PMI non investe perché giudica i costi troppo alti rispetto a quello che si aspetta di ottenere. È un ragionamento corretto nella forma: un investimento che non si ripaga non va fatto.
Il problema è come vengono misurati i due termini del confronto. Il costo di un software o di uno sviluppo su misura è un numero preciso, scritto in un preventivo. Il costo di continuare come si è sempre fatto invece non compare da nessuna parte: è distribuito in ore di lavoro, errori, ritardi e informazioni che si perdono.
Un modo semplice per renderlo visibile è fare un conto approssimativo, anche su un foglio di carta:
- quante ore alla settimana passano le persone a ricopiare dati da un posto all'altro (ordini nel foglio di calcolo, rapportini nel programma di fatturazione, giacenze nel file del magazzino);
- quanti errori al mese nascono da quei passaggi, e quanto costa ognuno (una spedizione sbagliata, una fattura da rifare, un articolo ordinato due volte);
- quante volte al mese una richiesta resta ferma perché l'informazione ce l'ha una sola persona, che in quel momento non c'è.
Moltiplicando le ore per il costo orario e sommando gli errori si ottiene un ordine di grandezza annuale. Non sarà preciso, ma è il termine di confronto che di solito manca quando si dice che il digitale costa troppo.
"Non ne capisco i benefici" e "non investo affatto"
Il 4% delle PMI dichiara di non comprendere i benefici del digitale, e il 14% non investe del tutto. In questi casi il punto di partenza non è scegliere uno strumento, ma capire quale problema risolvere.
Un errore frequente è partire dalla tecnologia: un nuovo programma, un'app, l'intelligenza artificiale. Senza un problema preciso da risolvere, lo strumento resta poco usato e conferma l'idea che il digitale non serva. Funziona meglio il percorso inverso: scegliere il processo che fa perdere più tempo e chiedersi come potrebbe funzionare con meno passaggi.
La stessa ricerca del Politecnico segnala anche che solo il 27% delle PMI dichiara di non aver incontrato ostacoli all'innovazione, e che gli ostacoli principali sono altre priorità aziendali e la mancanza di risorse. È una situazione che molti titolari riconoscono: il lavoro di tutti i giorni lascia poco spazio per ripensare il modo in cui si lavora.
Investire in modo selettivo
Il 27% delle PMI investe in modo selettivo, solo nelle aree che considera prioritarie. Per un'impresa piccola è spesso l'approccio più sensato: non serve digitalizzare tutto, serve farlo dove il ritorno è più chiaro.
Qualche criterio per scegliere da dove partire:
- il processo che coinvolge più persone, perché lì ogni passaggio a mano si moltiplica;
- il processo in cui gli errori costano di più, come ordini, spedizioni o fatturazione;
- il processo che dipende da una sola persona, perché è un rischio per l'azienda oltre che un costo;
- il processo in cui i clienti aspettano, come preventivi e conferme d'ordine.
Una volta scelto il processo, resta da decidere se basta un software già pronto o se serve qualcosa di costruito sui propri flussi di lavoro. L'articolo Gestionale pronto o su misura? raccoglie i criteri per orientarsi.
In sintesi
La ricerca del Politecnico di Milano dice che quasi metà delle PMI italiane investe poco o niente nel digitale, e che il motivo più citato è la convinzione che nel proprio settore conti poco. Quella convinzione regge se si pensa al prodotto, molto meno se si guarda a come l'azienda gestisce richieste, ordini, magazzino e incassi.
Per una piccola impresa il primo passo non è un grande investimento, ma un conto onesto di quanto costa oggi il lavoro fatto a mano in uno o due processi. Se il confronto fa pensare che valga la pena intervenire, lo strumento gratuito Build vs Buy aiuta a valutare se conviene adottare un software esistente o farne sviluppare uno.
